Intervista su Il Quotidiano Italiano

Sei gia’ un numero uno di fama internazionale e hai meno di 30 anni, a 20 hai vinto il Trofeo Mondiale di Fisarmonica. Come hai fatto a raggiungere questi risultati così presto, qual è stata la mossa giusta?

“Ogni piccolo particolare ha la sua importanza, ogni frammento, come in un puzzle ogni pezzettino serve a formare il mosaico intero, anche gli errori sono serviti a formarmi meglio musicalmente e a crescere sempre di più”.

Se dovessi spiegare a un giovane musicista, un adolescente, le cose giuste da fare per arrivare al tuo successo, il percorso da seguire, cosa gli diresti?

“Di studiare tanto, ascoltare buona musica, di ascoltare soprattutto il jazz – sorride – e la musica classica anche. Poi ci vuole tanta passione, ma questo in qualsiasi cosa si faccia, non solo nella musica. Di questi tempi, almeno in Italia, c’è poca attenzione per la musica non commerciale, da parte di noi artisti ci vuole veramente tanto amore per non cadere nel banale. È facile attirare gente con dei cliché, più difficile è farlo con qualcosa di livello artisticamente elevato”.

Quindi ricerca e sperimentazione sempre e comunque, o meglio evitare l’originalità a qualunque costo?

“L’originalità è una cosa che puoi cercare sempre, ma non sei mai sicuro di ottenere, anche perché nella musica sono state fatte tante cose. Oggi si può essere originali nel combinare cose diverse: Tango, per esempio, il disco registrato in duo con Paola Arnesano, è l’unico registrato unicamente con fisarmonica e voce”.

La fisarmonica è uno strumento ghettizzato secondo te, relegato cioè solo a certi ambiti, musicalmente parlando?

“Sì fino a poco tempo fa, no se pensiamo agli ultimi periodi. Richard Galliano sta portando la fisarmonica in tutti i teatri e tutti i contesti musicali di livello mondiale, ponendola al centro di una big band o anche di un’orchestra d’archi come ha fatto in un disco. La fisarmonica sta crescendo molto, ormai la si può sentire ovunque, anche in certi brani da discoteca”.

C’è qualche contesto in cui la fisarmonica proprio non ci sta?

“Guarda, sto suonando tantissimo in giro per il mondo, e capita spesso che la gente, dopo i concerti, venga a manifestare il piacere di sentirla al di fuori della musica popolare. Io l’ho suonata anche in un contesto rock usando il whawa, il delay o i distorsori, con risultati molto interessanti, e poi da fisarmonicista – ride – non potrei mai dire una cosa simile”.

Terzo fisarmonicista in famiglia dopo tuo padre e tuo nonno. Cosa avresti fatto se non fossi diventato musicista?

“So che è banale, ma uno dei miei sogni era diventare calciatore – scherza, ma non troppo – sono un grande appassionato di calcio, anche se ultimamente mi piace un po’ meno. Mi piace l’ambiente informatico, però devo dire grazie a mio nonno, che tra l’altro è stato uno dei primi fisarmonicisti in Italia. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu catturato dai tedeschi e portato in un campo di prigionia. In quel periodo c’era un brano di un musicista napoletano che piaceva tanto ascoltare ai soldati, e quel furbo di mio nonno si fece portare la fisarmonica in prigione e i soldati gli risparmiarono la vita per ascoltarlo”.

Ho letto che ti sei appassionato all’organo: cosa ti ha spinto verso questo strumento e quali soddisfazioni ti sta dando rispetto alla fisarmonica?

“Come tutte le passioni, ascolti una cosa e te ne innamori. In quel periodo stavo studiando jazz, cosa che continuo a fare, e mi capitò di suonare con Vito Di Modugno. Quel suono mi colpì molto. Poi l’organo è parente stretto, è cugino della fisarmonica, tanto che il grande Walter Beltrami la definì un organo con le bretelle. Se per me la fisarmonica è la prima fidanzata, l’organo è sicuramente l’amante…”

…definizione non proprio educativa ma calzante…

“…sì perché in realtà io tradisco spesso la fisarmonica con l’organo – ride – Sono diventato un appassionato di tastiere vintage, ho una piccola collezione con un Hammond, un Farfisa, un Tiger…”

…elettronica niente…

“No!”

Se dovessi scegliere, Hammond o Farfisa?

“Hammond”.

Vabbè ci ho provato. Riesci e seguire il panorama musicale pugliese? C’è qualcuno tra gli  emergenti con cui ti piacerebbe realizzare qualcosa?

“Mi sento io un emergente…attualmente ho diversi progetti: questo con Paola, il mio storico The Bumps con cui suono da dodici anni, al momento sono soddisfatto così”.

Il mondo della musica è in crisi, i dischi non si vendono più come prima e anche i cachè si sono ridimensionati. La cosa riguarda esclusivamente il pop o è così per tutti?

“Riguarda tutto il mondo musicale; nel pop, essendo un genere commerciale che ha una grande massa di pubblico, forse si avverte un po’ meno. Certo le vendite dei dischi sono calate e anche i cachè si sono abbassati, però parliamo sempre di grandi cifre. Per gli altri generi, più di nicchia, questo problema si avverte di più. Di contro, c’è un aumento esponenziale nella stampa dei dischi, anche grazie a sostegni come quello di Puglia Sounds. L’unico problema è arrivare a una fetta di pubblico più ampia”.

Tutta colpa del digitale?

“Anche”.

O c’è dell’altro?

“Questa è una domanda che ci poniamo tutti, è difficile trovare una risposta. Sicuramente, per via del digitale, la gente non compra più il disco, preferisce scaricare l’mp3, e magari solo il suo preferito di tutto un album. Questo sminuisce il lavoro artistico perché, quando un musicista entra in studio, ha in mente un’opera completa. Pensa ai Pink Floyd. Ma ormai il mondo va così e bisogna attrezzarsi”.

Hai provato a ipotizzare una soluzione?

“Abbassare il prezzo dei dischi potrebbe essere un rimedio. Anche l’aiuto dei media, un programma radiofonico che tratti generi non commerciali. Tempi addietro potevi vedere Miles Davis in Rai, oggi una cosa simile te la sogni. Ho visto Uto Ughi in televisione dopo mezzanotte”.

Suonando giri tutto il mondo, c’è qualcosa che vorresti vedere qui da noi e qualcosa che invece possiamo esportare?

“Questa è una bellissima domanda. Ho suonato in un club in Sud Africa, uno di quei locali dove puoi mangiare ascoltando musica dal vivo come ce ne sono da noi. Davanti al palco c’era una famiglia con due bambini piccoli e tutti ascoltavano il concerto in religioso silenzio, prestando attenzione alla minima sfumatura. Questo vorrei vedere in Italia. Noi possiamo esportare la storia, come la nostra non ce l’ha nessuno, e poi siamo sempre un passo avanti come genio e come inventiva”.

Quindi è una questione di cultura…

“All’estero c’è più educazione all’ascolto verso la musica, in Italia un po’ si è persa, forse anche per colpa dei talent show. Guardo pochissima televisione, e mi è capitato di vedere un giudice fischiato e deriso dal pubblico per via di una critica rivolta a un concorrente.”

Le cover e le tribute band oggi spopolano, ne nascono sempre di nuove, dai cloni alle imitazioni più improbabili…

“Stai toccando un tasto dolente…”

Può un musicista esprimersi al meglio in questi progetti o è solo attraverso composizioni inedite che si riesce a dare il massimo?

“Ti sei risposto da solo – ride – il problema è che questi ragazzi sono costretti a imitare gli originali: può essere un buon punto di partenza, però da lì bisogna poi muoversi. Questo è un altro problema dell’Italia, secondo me si da troppo spazio alle cover, per il pubblico è molto più facile essere attratto dal noto che dall’ignoto, manca questo tipo di curiosità”.

Hai appena pubblicato “Tango” con Paola Arnesano. Come è nata questa collaborazione?

“Con Paola suoniamo ormai da quattro o cinque anni, abbiamo sempre tenuto concerti jazz o di bossa, poi un giorno ha iniziato a parlarmi di questo amore nascente per il tango, di cui stava prendendo lezioni. Ci siamo trovati subito d’accordo, con la fisarmonica l’ho sempre suonato per cui la registrazione di questo album è stato un passaggio naturale, tanto che la tracklist è quasi la scaletta dei concerti che facciamo”.

Come te la cavi a ballare il Tango?

“Malissimo, sono totalmente negato”.

Gianluca Lomuto

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